lunedì 6 gennaio 2014

Amici miei: un film di ieri, un film di oggi.

“Oh bella figlia dell’amore! /
Schiavo sono dei vezzi tuoi! /
Con un detto, con un detto, sol tu puoi /
le mie pene, le mie pene, consolar!

I celeberrimi versi tratti dal Rigoletto di Giuseppe Verdi, non di rado negli ultimi tempi li ho sentiti cantare, in forma non propriamente lirica, da tre cari amici miei durante i soliti momenti di ritrovo: Francesco (blogger di Adestraeamanca), Leonardo (blogger di Sciccherie) e Marco (che non amministra blog, ma in compenso stalkerizza amati personaggi della televisione e della musica, del calibro di Giancarlo Magalli e Paolo Brosio, sulle loro pagine ufficiali di Facebook).

Sicché non capendo di cosa si trattasse, da ignorante quale sono – perché tale mi definisco alla luce di quello che poi ho scoperto, – ho chiesto loro di spiegarmi quel tormentone: la risposta indignata dei tre però mi ha aperto un mondo. Infatti quel ritornello è uno dei motti del quintetto protagonista del film Amici miei, diretto da Mario Monicelli nel 1975, a cui seguì il sequel del 1982: Amici miei Atto II.


Costretto quindi a vederlo (ma la curiosità non mi mancava), mi sono ritrovato ad assistere alla glorificazione dell’amicizia, tanto decantata nei due film. Una glorificazione particolare e incanalata verso l’idea di divertimento a circuito chiuso, da loro definito col termine “zingarata”: un termine fiorentino, così come fiorentino è l’insieme di cose, luoghi, modi di fare e di pensare che si riscontra quasi totalmente nello svolgimento delle due pellicole.

Onde non annoiarvi e spoilerarvi i film, narrerò in due righe trama e personaggi: il giornalista de’ La Nazione Giorgio Perozzi, l’architetto comunale Rambaldo Melandri, il barista Guido Necchi, il primario Alfeo Sassaroli ed il conte Raffaello “Lello” Mascetti, fregiato solo del titolo ma non dell’opulenza, sono un gruppo di cinque amici che tra una zingarata e l’altra ne combinano delle belle, manco fossero adolescenti.

Il cast di Amici miei: (da sinistra) Duilio del Prete, Gastone Moschin, Philippe Noiret, Adolfo Celi e Ugo Tognazzi. 

Cos’è la zingarata? Beh la zingarata nel dialetto fiorentino è uno scherzo o un’azione beffarda e truffaldina fatta con aria di divertimento, goliardia e una sana dose di ironia e satira; uno scherzo che può durare anche giorni.

Un genere di azioni, quello delle zingarate, che tiene vivo il film durante il suo svolgimento, ma che allo stesso tempo induce a riflettere circa la visione di un modo di divertirsi legato ormai solo al passato prossimo in quanto discordante con quello presente, riscontrabile nella multimedialità: il modo dissacratorio di raggirare gli impreparati ed increduli turisti della Torre di Pisa, mentre la fantomatica squadra dei cinque, travestiti da operai, tenta di raddrizzarla con cavi e corde; l’atteggiamento sadico con cui si costringe e convince il povero pensionato Nicolò Righi a far parte della band di criminali narcotrafficanti quali si improvvisano; la recitazione malsana che spinge il vedovo Paolo a credere che la defunta moglie fosse una “zoccola”, appartengono sicuramente ad una generazione che faceva della creatività, della genuinità e dell’amicizia quale valore morale, la sua ricchezza.

In amici miei Atto II, al posto di Duilio del Prete, il Necchi viene interpretato da Renzo Montagnani. (4° da sinistra)

Mentre, in una società che fa del cocktail al bar e del jeans alla moda il suo carburante, che appiana con computer e televisione la sua curiosità, che quieta la noia con playstation e smartphone, come potremmo riscontrare quella “voglia di evadere dal mondo”, quel desiderio di rendere divertente il dramma della vita, così evidente nei due film di Monicelli?

Ad ogni modo però c’è una magra consolazione che ci fa rispecchiare seppur labilmente in quei cari cinque ragazzi fin troppo cresciuti: le analogie caratteriali.
Perché tutti infondo siamo un po’ Melandri quando ci innamoriamo a primo acchito della bella donna che passa, ("Ho visto la madonna!" cit.) tanto da soffrire le pene d’amore se non viene corrisposto, o da allontanarsi dal gruppo se si è troppo presi; così come tutti siamo un po’ Perozzi, filosofi della vita – più che mai oggi su Facebook, quando dispensiamo perle e citazioni  – buonisti, educati, diplomatici e analitici. ("Io preferivo quello (lo stile) del Perozzi: la portava più sul fine, più sul delicato! E di solito finiva tutto in un abbraccio." cit. Necchi).

E stessa cosa vale ovviamente per Necchi, il cui estro è sempre geniale (“Che cos’è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione.” cit.), spesso cinico e nelle occasioni speciali geloso e virile; per il Sassaroli, che sfrutta la sua professione a proprio vantaggio e che si avvale non di rado del suo sadismo elegante è impeccabile o per il conte Mascetti, caduto in disgrazia ma comunque orgoglioso e fiero di sé, nella consapevolezza che per quante ricchezze possa perdere, i suoi amici saranno lì.


E quindi se nella trama delle azioni, Amici miei non è un film attuale, sicuramente lo è ancora nell’analisi caratteriale dei personaggi: cinque elementi variegati che ben illustrano la tipicità dell’italiano medio, che, così come quarant’anni fa, ancor’oggi nelle nuove generazioni - non poi così lontane da quelle dei nostri nonni e dei nostri genitori, - dimostra nei suoi  pregi e nei suoi difetti di essere un buon amatore, sempre un gran signore, ma prima di tutto leale e fanfarone. Tutto insieme, con scappellamento a destra. 

Ps: dedicata agli amici miei

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