giovedì 5 settembre 2013

La storia di Beatrice Cenci, la donna che turbò Caravaggio e Artemisia Gentileschi

La storia che vi sto per raccontare, nasce dal mio amore spropositato per Caravaggio; nello specifico dalle curiosità di stampo restaurativo, iconografico e aneddotico legate ad uno dei suoi dipinti più fortunati, conosciuti e meravigliosi della sua carriera: Giuditta ed Oloferne.

Caravaggio, Giuditta e Oloferne, 1599, olio su tela,
Galleria Nazionale d'Arte Antica, Roma.
 
Il dipinto sito nella sala che ospita diversi Caravaggio nella Galleria di Arte Antica in Palazzo Barberini a Roma, non di rado mi ha lasciato bloccato e commosso durante la contemplazione: la Giuditta appare fiera di sé e così tenace, da tirare per i capelli il grande Oloferne e staccarne la testa con un colpo deciso di spada, senza mostrare alcun indugio o orrore dinanzi al forte spruzzo di sangue vivo; l’Oloferne, probabilmente il primo autoritratto del pittore, è teso e spasmodico, colpito senza preavviso dalla donna con cui ha dormito sino a qualche minuto prima.

Una spettacolarizzazione studiata e senza dubbio giunta con l’apporto di alcune incisioni sulla tela, al fine di creare giochi particolari di luce attraverso ombre e rifrazioni, e dopo alcuni pentimenti dell’artista, dimostrabili da radiografie sul dipinto: i più importanti sono consecutivi tra loro e riguardano il braccio teso di Giuditta e la testa di Oloferne, spostata un po’ più in alto rispetto alla prima versione in modo da creare con l’arto dell’eroina un unico blocco emotivo e drammatico.  

G. Reni, Ritratto di Beatrice Cenci, 1600,
olio su tela, Galleria Naz. d'Arte Antica, Roma.
Se l’Oloferne quindi è forse da individuarsi nel pittore di Caravaggio, la Giuditta è da individuarsi sicuramente in Fillide Melandroni, prostituta ed amante dell’artista, modella per le sue opere più belle tra cui la Santa Caterina d’AlessandriaMa nonostante Fillide fosse la trasposizione reale di una idealizzata Giuditta, fu un’altra donna ad ispirare la composizione del dipinto, la fierezza dell’espressione dell’eroina e la sua forza d’animo e di morale: Beatrice Cenci.

Per quanto Beatrice Cenci non sia così conosciuta come Fillide Melandroni, Lena Antognetti o Annuccia Bianchini, protagoniste indiscusse della vita amorosa ed artistica del pittore, negli ultimi anni del XVI secolo la vicenda legata ad essa, nonché la sua figura, condizionarono molto il vissuto di Caravaggio, che assistette anche alla sua decapitazione.

La giovane donna infatti, allora 22enne e raffigurata anche da Guido Reni nel celebre Ritratto custodito nella stessa galleria, si era resa colpevole assieme ai suoi fratelli Giacomo e Bernardo, alla matrigna Lucrezia, al maniscalco Marzio de Fioran ed al castellano Olimpio Calvetti, di parricidio nei confronti di Francesco Cenci, tesoriere dello Stato Pontificio, uomo sodomita, violento e avaro che l’aveva fatta rinchiudere nella Rocca di Petrella Salto, così da evitarle le nozze e pagare la dote.

Percossa brutalmente e seviziata, per ben due volte la fanciulla tentò di placare le sofferenze attentando alla vita del padre: la prima volta si cercò di sopprimerlo con il veleno, la seconda con un'imboscata di briganti locali. Ma il terzo tentativo fu quello decisivo: Francesco, dapprima stordito dall'oppio miscelato ad una bevanda servitagli da Giacomo, fu poi assalito nel sonno in cui era piombato.

Rocca di Petrella Salto 
Marzio gli spezzò le gambe con un mattarello, mentre Olimpio lo finì colpendolo al cranio ed alla gola con un chiodo ed un martello. Nella forsennata ricerca di un modo per nascondere il delitto i due rei, decisero di simulare quindi una morte accidentale per caduta: fu aperto un foro nelle assi marce di un ballatoio della Rocca, ed una volta fatto ciò, si tentò d'infilarci il cadavere. Cosa che però non riuscì data l’ampiezza troppo ridotta del foro era troppo praticato nelle assi, per cui i due decisero di comune accordo di passare ad un piano B più sbrigativo: gettarlo dalla balaustra.

Ma l’importanza che girava attorno al nome di Francesco Cenci, non permise che la sua morte chiudesse senza strascichi il periodo di terrore e violenza che aveva creato: indagini portarono all’individuazione di tutti i colpevoli. Olimpio, riuscito a fuggire, fu raggiunto da un sicario pagato dai Cenci ed ucciso prima che potesse parlare; Marzio morì in seguito alle ferite mortali subite sotto tortura; Giacomo fu condannato a squartamento e le due donne alla decapitazione. Solo il giovane Bernardo per la sua giovane età ebbe salva la vita, ma fu condannato ad assistere all’esecuzione in piazza dei suoi familiari ed ancora alla condanna dei remi perpetui nelle galere pontificie.

A. Gentileschi, Giuditta e Oloferne, 1620,
olio su tela, Galleria degli Uffizi, Firenze. 
L'esecuzione di Beatrice, Lucrezia e Giacomo avvenne la mattina dell'11 settembre 1599  nella piazza di Castel Sant'Angelo, gremita di folla per l’occasione.
Tra i presenti, appunto, anche Caravaggio insieme con il pittore Orazio Gentileschi e la figlioletta, anch'essa futura pittrice, Artemisia.

La stessa che avrebbe riproposto il tema iconografico della Giuditta ed Oloferne toccato vent’anni prima dal pittore; conferendo all’eroina, l’identiche fisicità, dignità, fierezza e senso di sacrificio del dipinto di Caravaggio.

Probabilmente, come sostengono diversi critici tra cui Roberto Longhi, una Giuditta così sadica sarebbe la trasposizione dell’odio della Gentileschi verso Agostino Tassi, che l’aveva stuprata. O probabilmente, come avrei ragione di credere io,  tale crudità era semplicemente lo strascico di un ricordo infantile legato all’esecuzione di quella fanciulla, morta ingiustamente per essersi tutelata dalle angherie di suo padre, vista con gli stessi occhi che erano stati di quel Caravaggio, che le sostava accanto. 

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