martedì 19 marzo 2013

Subliminale propaganda fascista nel 1921


A chi crede che l’avvento del Fascismo in realtà è esplicabile con la Marcia su Roma del 28 febbraio 1922, bisognerebbe forse indicargli come data concreta per la sua effettiva apoteosi, il 9 Novembre dell’anno prima, quando ufficialmente questo, da una mera connotazione di movimento, diventava vero e proprio partito.

E la cosa, checché se ne dica, non è casuale. Ogni trapasso che si rispetti è sempre derivante da una trasformazione in atto, o probabilmente appena conclusa: in questo caso l’evidente consapevolezza che il Fascismo sarebbe stato il futuro d’Italia in un clima di incertezza politica dove in pochi mesi si susseguivano diversi governi, da quelli di Facta e Bonomi, a quello del “Cagoia” Giolitti,  aveva permesso l’affermarsi di un movimento che inizialmente non lasciava ben sperare. Tanto da farlo diventare di stampo nazionale.
Di stampo nazionale nell’ideologia, di stampo nazionale nell’esecuzione, di stampo nazionale nella propaganda, ancor prima che il suo massimo esponente ed ideatore, Benito Mussolini, con l’incarico datogli dal Re Vittorio Emanuele III, istituisse il nuovo governo.

La mia tesi, di certo azzardata, trova parziale accoglimento in un articolo, che mi è saltato agli occhi, dell’Italian American Review, che si definisce “The most popular Italian American Weekly Magazine in the United States”.
L’articolo datato al 24 dicembre del 1921, ben trapela il clima di diffidenza che il fascista medio, dimostrava verso il Governo attuale. 
Narrando circa la decisione presa dal Governo di istituire  un comitato scelto per studiare la diffusione della lingua e della cultura italiana all’estero, la critica efferata si rivelava nella costatazione che tale decisione fosse stata presa con un ritardo abnorme rispetto alle numerose segnalazioni pervenute dagli emigrati italiani in terra d’America.

La problematica alla base, sembrava essere la propensione dell’italo-americano a darsi alla criminalità, necessità vista come uno sfogo derivato da un approccio poco chiaro tra figli nativi americani e genitori nativi italiani, che vivevano due culture diverse perché diversi i paesi che avevano dato loro i natali. E la causa di tutto questo era da riscontrarsi nella poca propensione dell’emigrato ad insegnare alla propria prole i sentimenti e la cultura della patria d’origine.

Se qualcosa dovesse ricondurvi a reminiscenze di stampo fascista, con lo stralcio a riportare, non avrete più alcun dubbio:
“Fino a quando la patria trascurerà l’educazione nazionale, e l’orgoglio di patria non è inculcato in quelli che abitano nella penisola, è inutile parlare di diffusione di lingua, che non riusciamo ad insegnare alle migliaia di emigranti che lasciano il suolo natio. Le masse analfabete che formano, senza forse, la parte spiritualmente più sana e fisicamente più forte  della nazione, e della quale essa si disfà, porta in sé congenite le ragioni del deprezzamento di una lingua che non conoscono, e di una storia che ignorano. Ma di chi è la colpa? Quale differenza coll’America ove, persino i neri, si sentono superiori a tutti, perché americani, ed ove, un centinaio e mezzo d’anni di tradizioni gloriose, sono riuscite a sovrapporsi, nelle nuove generazioni, a quelle decine di secoli di nazione che ha dato al mondo civiltà e fede.”

L’invettiva al Governo, che non forma l’emigrante in modo tale che questo possa diffondere lingua e cultura d’origine è densa di quelli che erano i capisaldi dell’ideologia fascista: la patria, l’educazione nazionale (nel 1922 ad essa viene dedicato quello che era il Ministero della Pubblica Istruzione), spirito e fisico. E ancora razzismo, orgoglio e consapevolezza dell’appartenenza ad una civiltà illustre nei secoli.

Ovviamente da buona propaganda quale faceva tal giornale, lo sfogo PERSONALISSIMO dell’autore dell’articolo si dilungava nella necessità dell’istituzione di una buona educazione nazionale, che se ci fosse stata, avrebbe risparmiato la disfatta di Caporetto. E quindi, avendolo servito su un piatto d'argento, seguiva l’elogio al Generale Diaz, quale unico salvatore della patria, avendo, dopo l’onta subita sul Piave, guidato magistralmente un esercito di giovani ben formati, ma non acculturati.

Sembrava essere parere dell’autore dell’articolo infatti, che la situazione decantata non sarebbe stata tale, se solo si fosse inculcato nell’emigrante, il vero spirito patriottico, ottenuto, - ultima postilla – grazie alla "Grande Vittoria italiana", dovuta alla presenza del suo "massimo fattore, il DIAZ!" 

L'articolo dell'Italian American Review, del 24 dicembre 1921, custodito presso l'ACS di Roma

Insomma che dire, alla vigilia del ventennale governo fascista, sembrerebbe che persino in America si facesse propaganda.
Anche perché, a conferma della volontà di poter definire quella appena letta, “Propaganda subliminale”, indovinate chi sarà poi nominato Ministro della Guerra?

Nessun commento:

Posta un commento