martedì 5 marzo 2013

Risaputi contenitori per la raccolta indifferenziata: i capitelli nella Villa Comunale di Canosa di Puglia


La legge N° 364, del lontano 1909, tra i suoi aspetti innovativi in materia di arte, curava in modo meticoloso la tutela e la conservazione del bene culturale, - allora connotato come oggetto d’arte - in una fase di catalogazione delle “cose di interesse storico, archeologico, paletnologico e artistico”.

Questa particolare attenzione alla tutela, che nasceva in un clima di forte considerazione della storia dell’arte quale valore unificante di una terra ancora disomogenea per storia e cultura, portava i Sovraintendenti delle varie province a segnalare con fortuita preoccupazione le disdicevoli condizioni in cui si presentavano le diverse opere d’arte ispezionate durate i sopralluoghi a cui erano tenuti per completare la catalogazione di stampo nazionale.

Se solo ragionassimo sul fatto che gli Ispettori ed i Sovrintendenti, per la carica che ricoprivano, non ricevevano contributi sproporzionati a quelli del lavoratore medio dei primi decenni del Novecento, è ancor più encomiabile e degna di stima la passione vera e sincera che li spingeva a segnalare, puntualmente, beni che necessitavano di essere restaurati, conservati o tutelati.
A tal proposito, un documento della Sovrintendenza delle province di Parma, Piacenza, Reggio e Modena, riporta tra le righe il risentimento del Sovrintendente nel constatare che:



“Il Parroco della Chiesa di San Francesco a Piacenza, usa come sedile nell’orto un raro capitello romanico in marmo bianco, imposto naturalmente a tutte le inclemenze del clima emiliano. In chiesa non c’è luogo da collocarlo. Posso farlo depositare in museo a Piacenza?”


Documento firmato da Laudadeo Testi, con la richiesta di salvaguardare un capitello
romanico, dall'incuria di un Parroco, 1916, ACS, Roma.

Come è ben deducibile dal documento, la lungimiranza di salvaguardare un bene artistico dall’aggressione atmosferica, spingeva all’attivismo il suddetto dirigente, conscio dell’importanza storica artistica dell’oggetto in questione, in relazione al territorio in cui era sito. Di qui, la richiesta di spostarlo, si, ma non in un luogo qualunque. In un museo della stessa città.
Rapportando questa visione dei fatti al mio paese di origine, Canosa di Puglia, (un paese del nord barese,   bagnato dal fiume Ofanto), anche se ad un secolo di distanza da quel lontano 1909 in cui le cose parevano dirigersi verso strade di speranza e consapevolezza, non posso non considerare come forse la sua amministrazione nel corso di questi cent’anni, abbia peccato dell’assenza di figure consce e acculturate ‘si tanto da capire la valenza di determinati beni culturali quali le epigrafi, le are ed i capitelli di origine romana siti nella Villa Comunale.

Proprio nel luogo di passeggio e svago del paese infatti, sono posizionate nel terriccio umidiccio ed erboso, epigrafi latine e capitelli di diversi ordini, che si deteriorano giorno dopo giorno alla pioggia ed al vento invernale, al sole cocente ed all’umidità estiva.

Servisse questo abominevole sacrificio ad inculcare nel canosino medio un sentimento di appartenenza ad un territorio strabordante di arte e cultura, il danno sarebbe anche giustificabile, ma la presa consapevolezza che i capitelli servano come “contenitore” della spazzatura (buste di patatine, mozziconi di sigaretta, gomme da masticare) e le epigrafi come supporto a qualche “Rosa ti amo” scritto con la bomboletta spray, lasciano poco sperare ad un disciplinamento artistico della popolazione cittadina.

Allora mi chiedo. L’amministrazione comunale attuale che fa? Continua a guardare lo scempio dei prodotti delle nostre maestanze artistiche plurisecolari, così come hanno fatto quelle che si sono susseguite in passato?
Dopo le erbacce che ricoprono l’Arco di Traiano ed i materassi e le lavatrici gettate nel caldarium delle Terme Lomuscio, (come ebbi modo di vedere durante una ricognizione di qualche anno fa per alcuni studi di restauro architettonico), ormai non credo mi sorprenda più niente.

Forse in realtà, a pensarci bene, qualcosa mi sorprenderebbe e mi darebbe ancora speranza per il futuro delle nuove generazioni: ossia che, magari, anche un solo bambino per quanto preso dalla frenesia di scivoli e altalene, riesca a fermarsi un secondo davanti ad uno di quei cartelli arrugginiti al fianco delle opere esibite nella Villa, e provi a leggerne il contenuto, che spiega secoli d’oro di storia dell’arte, a quanto pare oggi dimenticati e rinnegati. 

Reperti archeologici romani nella Villa Comunale di Canosa di Puglia

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